Il Castello
La rocca sull'acropoli, dove la storia del paese comincia
Arroccato sul punto più alto del borgo, accanto alla cattedrale, il castello è il monumento-simbolo di Muro Lucano. Nasce come fortificazione longobarda nella seconda metà del IX secolo, a guardia dei confini del Ducato di Salerno, e viene poi ampliato in epoca angioina e aragonese. Oggi è in parte restaurato e si visita soprattutto per la struttura e per il panorama che domina la valle.
Una fortezza longobarda sullo sperone
Il castello sorge nel punto più alto e più difendibile dell'abitato, sull'acropoli, in posizione dominante sulla valle. La sua origine è longobarda: viene edificato nella seconda metà del IX secolo come presidio militare ai confini del Ducato di Salerno. La scelta del luogo — uno sperone di roccia calcarea a strapiombo — dice tutto della sua funzione: controllare le vie che salivano dall'entroterra e proteggere il borgo che gli cresceva intorno.
Nei secoli la rocca fu adattata e ampliata: prima in epoca normanno-sveva, poi sotto gli Angioini e gli Aragonesi, seguendo i passaggi di mano del feudo.
La contea, i Ferrillo, gli Orsini
Nel 1483 Muro divenne contea. Il nuovo feudatario, Mazzeo (Matteo) Ferrillo, avviò grandi lavori che diedero al castello parte del volto che ancora riconosciamo: due torri e il ponte levatoio. Dopo i Ferrillo il feudo passò per lungo tempo agli Orsini di Gravina, che lo tennero fino all'abolizione della feudalità, nel 1806.
I terremoti hanno segnato profondamente l'edificio: quello del 1694 e, soprattutto, quello del 23 novembre 1980, che colpì duramente tutta Muro Lucano. Gli interventi di consolidamento e restauro degli ultimi decenni hanno recuperato una parte della struttura, restituendola alla visita.
La regina Giovanna
Al castello è legato l'episodio più celebre e più discusso della storia murese: qui, secondo la tradizione, nel 1382 fu uccisa la regina Giovanna I d'Angiò, regina di Napoli, per ordine di Carlo di Durazzo, che le contendeva il trono. La vicenda è entrata nella memoria del paese e ne alimenta il fascino, pur restando — per modi e luogo esatti — materia di racconto tramandato più che di documento certo.