Il giorno in cui Crocco bussò alle porte di Muro: 23 novembre 1861
Nell'autunno del 1861 la banda di Carmine Crocco, guidata dal generale spagnolo José Borjès, tentò di entrare a Muro e fu respinta dalla Guardia Nazionale e dai cittadini. Il giorno dopo toccò a Ricigliano, che fu saccheggiata. 📕 Pillole di storia da non perdere👇
Muro non fu mai «terra di Crocco». Il grande brigante di Rionero, come ricordano anche gli «Studi su Muro: grammatica e antologia» (vol. 1, pag. 197), «operò tra San Fele e Melfi», e la nostra montagna ebbe piuttosto i suoi briganti di casa, come Ciaglione. Ma una volta, in un novembre freddo del 1861, la sua colonna arrivò fin sotto il paese.
La marcia di Borjès
Nell'ottobre del 1861 era sbarcato in Calabria José Borjès, un ufficiale spagnolo mandato dai legittimisti borbonici per trasformare le bande in un esercito regolare. Si unì a Crocco e, secondo la voce della Treccani dedicata al brigante, tra il 3 e il 16 novembre la colonna devastò Trivigno, Calciano, Garaguso, Salandra, Craco, Aliano, Stigliano e altri paesi. Il piano era conquistare Potenza. Fallì: il 17 novembre a Pietragalla la banda fu battuta e cominciò a ripiegare verso ovest, dentro la nostra montagna, tra il Marmo e il Platano.
Il 23 novembre a Muro
Fu in questa ritirata che la colonna si presentò davanti a Muro, il 23 novembre 1861. Le fonti disponibili raccontano che guardie nazionali, soldati e cittadini si appostarono nelle posizioni naturalmente forti del paese e accolsero gli uomini di Crocco a fucilate, scompaginandone le file e costringendoli alla fuga con perdite pesanti. Chi conosce Muro capisce perché: il paese arroccato sulle rupi, con il castello in alto e la gola sotto, non era luogo da prendersi di slancio con una banda già stanca.
Il giorno dopo, 24 novembre, la colonna scese a Ricigliano, poco oltre il confine con il Salernitano. Lì l'accoglienza fu diversa, «a suon di musica e coi preti in commissione di ricevimento», e tuttavia il paese fu saccheggiato così duramente che Borjès, nel suo diario, non se la sentì di descriverne i particolari. Di lì a due settimane il generale spagnolo, separatosi da Crocco, fu catturato presso Tagliacozzo e fucilato l'8 dicembre.
Quello che il Martuscelli non volle raccontare
La fonte murese per eccellenza, il «Numistrone e Muro Lucano» di Luigi Martuscelli, si ferma proprio sulla soglia di questi fatti. L'autore, che nel 1860 era stato commissario insurrezionale, chiude il libro al plebiscito dell'ottobre 1860 e scrive: «Ragioni di convenienze pei vivi, rispetto pei morti e massime per talune tombe, ancora aperte, m'impongono di rimandare ai posteri il racconto di quanto è accaduto dopo il '60» (pag. 317). Segno che nel 1896 le ferite di quegli anni bruciavano ancora.
Qualche traccia però la lascia. Parlando del brigantaggio del decennio francese, ricorda che i soldati «allora, come nell'ultimo brigantaggio dopo il '60, si rivelarono addirittura inetti a combatterlo» (pag. 274), e in una nota racconta di un giovane brigante che nel 1864 curava in prigione per una ferita d'arma da fuoco, il quale gli rispose: «è meglio un giorno della vita del leone che il secolo del verme dei sepolcri». Sappiamo anche, dal Martuscelli (pag. 55), che la vecchia campana del Consiglio, sulla torre dell'Orologio, nei tempi del brigantaggio chiamava in piazza «tutti i cittadini atti alle armi», tanto da meritarsi il nome di Campana all'armi. È facile immaginare che quel 23 novembre suonò.
A guidare il Comune in quei giorni era Salvatore Mennonna, primo sindaco dell'Italia unita, insediato l'11 agosto 1861 (Pagine di storia amministrativa ed elettorale, pag. 13). Le sue carte, se ancora esistono nell'archivio comunale, sono il posto dove cercare la cronaca vera di quel giorno.
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