Quando i briganti facevano tremare Muro: la testa di Quagliarella e la quercia che ricorda
🎩 Il Coppolone oggi ripercorre alcuni aneddoti sul brigantaggio della nostra terra 🗞️ Tra il 1806 e il 1815 Muro Lucano fu terra di briganti, agguati e forche piantate in piazza. Storie vere che sembrano romanzo: il Quagliarella, il capitano Jatta e una quercia che porta ancora un nome maledetto. L’articolo completo 👇
C'è stato un tempo in cui, calata l'Ave Maria, a Muro nessuno usciva più di casa. Erano gli anni del decennio francese, tra il 1806 e il 1815, e le nostre campagne — dicevano allora — erano diventate «un vero formicaio» di briganti. Pecorai e mandriani, i foresi, gente cresciuta nella solitudine dei boschi, che alla vista di una carabina e di un pugnale sceglieva la macchia: meglio un giorno da leone, rispondevano a chi li metteva in guardia, che un secolo da verme.
Il Quagliarella
Il più famoso di tutti era Pasquale Lisanti, murese, detto Quagliarella per la statura bassa e una certa pancia. Il suo colpo più clamoroso fu l'agguato al colonnello francese De Gambs, sorpreso sulla strada tra il Marmo e Potenza in compagnia della sua amante: nessuno dei due fu risparmiato. Da quel giorno il brigante se ne andava in giro impettito con addosso la divisa dell'ufficiale ucciso. Fu la sua condanna. Il re Gioacchino Murat, che a quel giovane colonnello voleva bene, scatenò il generale Manhès: mille ducati di taglia. La fine arrivò in un'aia di Puglia, dove Quagliarella dormiva saporitamente tra i covoni di grano: a tradirlo fu un compare di Ricigliano, che gli mozzò il collo con una falce. Correva, con ogni probabilità, il giugno del 1811. Il cadavere fu riportato a Muro e la testa rimase appesa a un uncino sulla porta della casa dov'era nato, in un vicoletto del rione Santa Maria Maddalena.
La forca in Piazza San Marco
A stroncare il brigantaggio arrivò poi il capitano Jatta, con pieni poteri e metodi durissimi: paese in stato d'assedio, divieto di portare pane e vino in campagna, la forca piantata stabilmente in Piazza San Marco. La prima vittima fu la moglie del brigante Imbimbolo, madre da pochi mesi, sorpresa mentre portava di nascosto biancheria pulita al marito: la sua fine straziante, tra la folla che invocava la grazia, mise i brividi al paese per un secolo. Poi la storia prese una piega da romanzo: il capitano, alloggiato in casa Manna, si innamorò perdutamente della figlia dei padroni di casa, ritenuta da tutti «un angelo di bellezza e di bontà». E la forca, per intercessione di quella famiglia, smise di uccidere.
La quercia che ricorda
Dei capibanda non si salvò quasi nessuno. Il Mattonero si tolse la vita in una grotta nel bosco di Pescopagano; Terlingo finì a colpi di scure per mano dei pastori dell'Acciola, stanchi delle sue prepotenze; Imbimbolo, ferito e nascosto in un crepaccio al Calauro, fu ucciso dal compare che gli portava viveri e medicine. Il suo corpo fu appeso a una delle grandi querce dei signori Pepe, lungo la strada più frequentata di Muro, perché servisse d'esempio. Quell'albero esiste ancora, e ancora si chiama Quercia d'Imbimbolo: ai suoi piedi, una rozza croce di legno.
A raccogliere queste storie, tra registri comunali e memoria viva, fu il Martuscelli in «Numistrone e Muro Lucano». Le contrade sono le stesse di oggi: basta saperle ascoltare.
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