1799, l'anno del sacco: quando le bande sanfediste misero Muro a ferro e fuoco
Il 15 maggio 1799 le orde di Sciarpa, luogotenente del cardinale Ruffo, entrarono a Muro tradita dall'interno: tredici morti, cento case in fiamme e una leggenda che resiste ancora. Ricostruiamo quei giorni con le pagine del Martuscelli.
Per i nostri vecchi il tempo si contava da lì. «Quanti anni avete?» — «E chi se ne ricorda? Avevo tre, quattro anni quando fu il sacco!». Così, annota Giovanni Martuscelli, rispondevano ancora a fine Ottocento gli ultimi testimoni (Numistrone e Muro Lucano, 1896, pag. 243). Il sacco: per Muro il 1799 fu il diluvio, l'anno zero.
L'albero della libertà in piazza San Marco
Tutto comincia il 21 febbraio, quando sull'onda della Repubblica partenopea i muresi piantano l'albero della libertà nella Pietra del Pesce di piazza San Marco e costituiscono un Comitato repubblicano guidato dall'avvocato Giovanni Martuscelli. Ma in paese cova la reazione: il viceparroco don Arcangelo Barbieri predica dal pulpito la crociata contro i giacobini, finché il vescovo Ferrone lo sospende a divinis (Toponomastica di Muro Lucano, pag. 14). Intanto da sud avanzano le bande della Santafede del cardinale Ruffo. Il 10 maggio cade Picerno, difesa eroicamente. La sera del 14, le orde di Gerardo Curci di Polla, detto Sciarpa, sono a pochi chilometri da Muro.
L'alba del 15 maggio
I muresi si preparano a vendere cara la pelle: donne, vecchi e bambini rifugiati nei boschi della Montagna, i combattenti scaglionati dalla Ripa a San Pietro e alla Porta del Pianello. All'alba il Pascone brulica di migliaia di assalitori. Poi, nel pieno della battaglia, un grido straziante: «Siamo traditi!». I reazionari interni hanno aperto le spalle al nemico. Tredici morti — tra cui due donne — e poi il sacco: cento case in fiamme, telai spogliati, botti svuotate, perfino i mattoni divelti dai pavimenti. «Non restarono neppure la cenere sui focolai», dicevano i nostri maggiori (Martuscelli, pagg. 250-255). La repressione fu feroce: circa trecento carcerati, ventidue esiliati e il tenente Vincenzo Tirico impiccato in piazza San Marco il 16 dicembre (Martuscelli, pag. 258).
L'uomo misterioso delle Chiariste
In quell'inferno, un lampo di leggenda. Mentre la marmaglia assalta il monastero delle Chiariste, un uomo alto, dall'accento calabrese, intima di sgomberare la chiesa; freddato con una fucilata il primo saccheggiatore sui gradini dell'altare, sbarra la porta col coltello in pugno. Poi sparisce per sempre. Le monache, convinte fosse san Giuda Taddeo, ogni 15 maggio digiunarono a pane e acqua finché visse il cenobio (Martuscelli, pagg. 254-255). E qui, ci sia concesso un briciolo d'immaginazione: piace pensare che quell'uomo, calata la sera, si sia fermato un istante sotto le Ripe ancora rischiarate dagli incendi, abbia guardato Muro ferita e se ne sia andato per i sentieri del Rescio senza voltarsi, portandosi via il suo segreto.
La considerazione del Coppolone
Da quella pagina di sangue il Coppolone trae una lezione che vale ancora: Muro non cadde per mano del nemico, ma per il tradimento di casa e per le divisioni interne. E però, in mezzo alla ferocia, ci fu chi rischiò tutto per difendere i più deboli senza chiedere nulla, nemmeno un nome. Tra il prete che aizzava e il forestiero che salvava, sappiamo da che parte stare.
Commenti (1)
Carmine Zampino 19 agosto 2026
La versione moderna dei Sanfedisti sono i Vannacciani ?????!!!!
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