Perché ci chiamiamo Muro Lucano: la storia di un nome in due tempi
Il nome del paese nasce da un muro vero, quello di cinta che dalla Porta di Janna del Pianello sosteneva le prime case nuove. Il «Lucano» arrivò molto dopo, con un regio decreto del 1863, per distinguerci da Muro Leccese.
Chi arriva a Muro per la prima volta si chiede spesso da dove venga un nome così secco. Muro, e basta. Le risposte, in realtà, sono due, perché il nome del paese si è formato in due momenti lontani quasi mille anni l'uno dall'altro: il «Muro» del Medioevo e il «Lucano» dell'Italia unita.
Un nome che compare già nel 1090
La più antica attestazione scritta che conosciamo la ricorda il dottor Luigi Martuscelli, medico condotto e storico del paese: nel giugno 1090 un certo Roberto, signore di Eboli, firma con la moglie Gilia una donazione all'arcivescovo di Salerno trovandosi «in Castello quod Murus nuncupatur», cioè nel castello che si chiama Muro (Numistrone e Muro Lucano, 1896, pag. 29). Il nome, dunque, esisteva già ai tempi dei Normanni, e già allora era legato al castello.
Le ipotesi degli antichi: Numistrone, Ruvo, Capodigiano
Sull'origine di quel nome si è discusso a lungo. La «Toponomastica di Muro Lucano» curata da Maria Teresa Greco riassume le tesi in campo: chi faceva discendere i muresi dai Rufesi dell'antica Ruvo, chi, come il vescovo Carlo Gagliardi nel Settecento, li voleva emigrati da Capitignano, l'attuale Capodigiano, e chi indicava come culla del paese la Raja di San Basile, dove sorgeva il municipio romano di Numistro (Toponomastica di Muro Lucano, 2001, pag. 9).
Il Gagliardi spiegava il nome con un muro lunghissimo di una fortezza antichissima, costruito per riparare le case dal vento di tramontana. Lo storico lucano Giacomo Racioppi pensava invece ad «antiche costruzioni» di Numistrone o di un altro abitato sul colle, e paragonava Muro alla spagnola Murviedro, nata sulle rovine di Sagunto (Numistrone e Muro Lucano, pagg. 26-27).
La spiegazione del Martuscelli: le case «sul muro»
Il Martuscelli non si accontentò di nessuna delle due. La sua ricostruzione parte dalla distruzione di Numistrone, che egli colloca nell'anno 879, e dalla dispersione dei superstiti nei tanti casali del territorio, quasi tutti intitolati a un santo: San Quirico, San Giuliano, San Luca, San Biagio e gli altri (pagg. 24-25). Minacciati dai predoni, quegli abitanti si raccolsero infine sulla china di una collina dirupata, ai piedi del castello, e vi fondarono il Pianello, chiuso da due porte: la Porta di Janna in alto e «La Porta» in basso (pag. 25).
Quando il borgo si fece stretto, le case nuove furono addossate «sul muro che era al fianco della suddetta Porta di Janna», salendo verso il punto dove oggi stanno Seminario, Episcopio, Duomo e Castello. Per distinguerle da quelle del Pianello, «si dicevano del muro o sul muro». «Parmi questa l'ipotesi più verisimile», conclude l'autore, che di quel muro riconosce ancora i resti sotto la torre più alta del castello, opera coeva alla fortezza e non reliquia di una città antica (pag. 26).
Il nome, insomma, non celebra rovine gloriose. Racconta una cosa molto concreta: un paese cresciuto appoggiandosi a una muraglia.
Il «Lucano» arriva nel 1863
Per secoli il paese fu soltanto Muro. Poi venne l'Unità d'Italia e con essa il problema degli omonimi nel nuovo Regno. Lo stesso Martuscelli annota che il paese ebbe «con regal Decreto del 24 Aprile 1863 il distintivo Lucano per non essere confuso con l'altro Muro, in Provincia di Lecce, che si è detto Leccese» (pag. 170). Aggiunge un dettaglio che fa sorridere: negli atti della Curia e nella corrispondenza ecclesiastica, ancora alla fine dell'Ottocento, il paese continuava a chiamarsi semplicemente Muro.
Del resto è quello che facciamo ancora oggi, in piazza e in dialetto. «Lucano» è il cognome burocratico. Il nome di battesimo, quello di casa, resta Muro.
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